Flatiron Building

New York
Acquisita partecipazione nel 2005

Il Flatiron è diventato un simbolo di New York: è stato sempre visto, fin dall’epoca della sua costruzione, come esempio di modernità assoluta e nello stesso tempo di tradizione e continuità col passato.

Ai primi increduli osservatori apparve sconcertante per la sua forma che ricordava quella di una nave rivolta verso la città alta. Spesso le difficoltà pratiche spingono i progettisti a immaginare soluzioni strane e sorprendenti e così fu per il Flatiron.

L’area dove il palazzo doveva sorgere costringeva a una forma a triangolo del tutto insolita e allora Burnham trasformò la difficoltà in una sfida che unisse insieme il passato e il futuro. Invece di mascherare il problema lo accentuò ed esaltò proprio l’aspetto più difficile. Il palazzo dette a tutti l’impressione dell’audacia e quindi della nascita di una forma sbalorditiva resa possibile dalle strutture in acciaio ma dotata di un nobile senso della classicità. Era l’inizio del Novecento e tutto il mondo attendeva un’arte moderna che proiettasse la vita dei cittadini verso prospettive di sviluppo e di progresso mai viste prima.

Il Flatiron nasce proprio così. È proteso in avanti come se volesse incoraggiare l’entusiasmo della scoperta di nuove possibilità ma appare solenne e robusto suggerendo l’idea di un’antica torre che svetta sulla città per guardare avanti e consentire a tutti di pensare in termini positivi verso il domani. Era destinato a diventare un classico moderno e così è stato. Ebbe, come è logico, i suoi ammiratori entusiasti e i suoi detrattori. Tutti avvertirono il senso di una forte drammaticità dell’edificio, visto come una sentinella, un testimone, un blocco possente e unitario che affronta le leggi dell’equilibrio e le domina, un vero e proprio titano che controlla le due anime della città tra la zona del commercio e quella della rivoluzione tecnologica, orgoglio degli abitanti e tempio del mondo contemporaneo, quasi fosse una nuova Sfinge che scruta il futuro che verrà. C’è chi vide in quell’edificio una specie di moderno Partenone che troneggia sulla città tumultuante garantendone stabilità e solennità e, in un certo senso, è un’impressione che permane ancora oggi e giustifica quella dimensione quasi classica che si percepisce bene nella forma e nei materiali dell’illustre edificio. Per molto tempo fu il palazzo più alto e possente di New York. Poi fu logicamente superato da questo punto di vista, ma non fu mai superato nella sua splendida bellezza che riporta verso la maestà del Rinascimento italiano e verso la dinamicità della Parigi ottocentesca, esprimendo, però, un suo stile ormai familiare a tutti noi ma sempre dotato di una forza e di una energia che non cessano di stupire chi percorre l’incrocio tra la Fifth Avenue e Broadway.

Contributo del Prof. Claudio Strinati, Soprintendente Speciale per il Polo Museale Romano, per il libro “Flatiron. Il primo grattacielo in acciaio al mondo” di Peter Gwillim Kreitler prodotto in collaborazione tra Sorgente Group Spa e Leonardo International (2007).

“Non fare piccoli progetti, non hanno magia per far ribollire il sangue di un uomo… Fai progetti grandi, mira in alto nelle speranze e nel lavoro”.

Non poteva che pensare così Daniel Hudson Burnham, l’architetto che all’inizio del Novecento progettò il rivoluzionario Flatiron Building, nel cuore di New York, che si alza per 87 metri, ventidue piani e, sottile come una lama di coltello, guarda a nord verso i quartieri della ricchezza e dell’aristocrazia, lasciandosi alle spalle Wall Street, il ribollente distretto degli affari e l’indaffarato porto mondiale.

Quando venne costruito nel 1902, sulla porzione triangolare di terreno delimitata dalla Fifth Avenue, Broadway, 23ma e 22ma Strada, l’eccentrico Fuller Building, con la forma di ferro da stiro da cui prese poi il nome di Flatiron, fu oggetto di divergenti opinioni sulla sua solidità e sulla struttura innovativa in acciaio, rivestita però con decorazioni in stile neo-rinascimentale. Oggi è invece riconosciuto con giudizio unanime come uno dei grandi esempi della prima architettura di grattacieli di città, anche se non appartiene a nessuno stile che si possa trovare nei libri di testo.

Oltre che sbalordire per l’aspetto esteriore, Burnham e il suo partner non meno brillante, John Wellborn Root, con il Flatiron Building rivoluzionarono anche l’idea dell’edificio per uffici, che oltre ad essere il massimo della funzionalità poteva diventare anche un simbolo stabile dell’orgoglio dell’azienda o un monumento alle future ambizioni.

Le idee di Burnham e la caparbietà dell’impresario George A. Fuller per costruire quello che a quei tempi sarebbe stato il più alto e innovativo edificio ad uffici del paese, persuasero a buttarsi nella rivoluzionaria iniziativa un cercatore d’oro del Colorado, Winfield A. Stratton, che aveva già investito in sontuose residenze.

Concepito simile a una torre e così proteso in avanti verso prospettive di sviluppo e di progresso, il Flatiron non avrebbe potuto essere sicuro e sopportare anche i venti più forti se non fosse stato costruito con una robusta struttura in acciaio e avesse avuto solide e profonde fondamenta piantate nella roccia sulla quale sorge New York.

Come si può leggere anche nel “National Register of Historic Places”, simile a una vera e propria colonna “troneggiante”, il Flatiron è diviso in tre sezioni: base, fusto e capitello.

I cinque piani più in basso comprendono la base e sono a loro volta divisi in tre sezioni da trabeazioni in pietre pesanti. Le parti centrali delle facciate sia dal lato della Fifth Avenue che di Broadway sono evidenziate da un doppio piano, un’entrata ad arcata di colonne incassate che sostengono una trabeazione piena. Queste colonne e i colossali pilastri che separano le vetrine sui primi piani sono composte di blocchi alternati lisci e ornati. Il terzo e quarto piano sono più semplici con massetto e timpano di pietra calcarea rusticizzata, mentre il quinto piano è pesantemente ornato con motivi floreali astratti e medaglioni contenenti facce e fiordalisi.

I dodici piani del fusto, per la quasi totalità della propria superficie, sono riccamente decorati con terracotta, mentre la sporgente trabeazione del tetto è decorata con un motivo dentellato. A copertura dell’intero edificio c’è una balaustra con tozzi massetti disseminati per la sua lunghezza.

L’edificio, come viene sottolineato dalla impresa Fuller nell’annuncio pubblicitario dell’epoca, è equipaggiato con sei veloci ascensori idraulici della Ortis e dispone di un proprio centro di produzione del vapore e dell’elettricità che fornisce anche oggi gratuitamente calore e luce agli affittuari. Inoltre, le parti in legno sono in mogano e quarti di quercia, il tutto – si precisa sempre nell’annuncio – sottoposto a un trattamento di protezione dal fuoco in modo da eliminare le possibilità di incendio.

Ed è forse proprio nella straordinaria coesistenza del fascino e del carattere del vecchio con l’energia e il risplendere del nuovo il segreto dell’ampia e mistica attrazione che possiede il Flatiron, diventato, in cent’anni di vita, uno degli edifici più amati di New York e il più fotografato, in modi diversi dai grandi della fotografia americana quali Struss, Steichen e Stieglitz. Tanto che quest’ultimo per spiegare il suo quasi maniacale interesse per il celebre grattacielo di Manhattan si spinse ad affermare che il Flatiron stava agli Stati Uniti come il Partenone sta alla Grecia.

Il Gruppo Sorgente che ne è diventato proprietario, per sottolineare la condivisione del suo management ai valori espressi dal “Flatiron”, ha realizzato una coproduzione editoriale con la Leonardo International proponendo in un elegante volume bilingue: “Flatiron.

Il primo grattacielo in acciaio al mondo”, la collezione fotografica di Peter Gwillim Kreitler, risultato di una ricerca durata 15 anni, che attraverso l’obiettivo di grandi firme e di semplici appassionati di fotografia descrive l’edificio dalla costruzione ai giorni nostri.

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